L'inserimento dei neolaureati
Mi si chiede di intervenire su un tema dall’approccio molto difficile: individuare le cause, e le possibili soluzioni, al problema dell’inserimento dei neo Tecnici Ortopedici nel circuito lavorativo delle aziende del settore.
Infatti, se da un lato il neo laureato si lamenta delle difficoltà nell’essere
assunto da un’azienda ortopedica, dall’altro l’imprenditore lamenta la mancanza di professionalità idonee presenti sul mercato del lavoro. I due dati sembrano essere in piena contraddizione, dunque è necessario inquadrare meglio il settore e il problema.
Il settore della Assistenza Protesica, ed in particolare quello della tecnica ortopedica, rientrano a pieno titolo nella ambito della piccola e media industria italiana. Circa l’80% delle officine ortopediche ha meno di 6 dipendenti, e l’azienda di più grosse dimensioni ne conta solo 150. Tra i fornitori del Servizio Sanitario Nazionale rappresenta uno dei capitoli di spesa più esigui. La sua origine è chiaramente artigianale, e per molte lavorazioni che si svolgono all’interno dell’officina, tale è rimasta. La distribuzione sul territorio nazionale non presenta differenze rispetto agli altri settori, forse con una punta d’eccellenza per l’Emilia Romagna.
Il fondatore di un’azienda ortopedica storica, ha una professionalità elevatissima e conosce l’arte ortopedica ed il proprio territorio come nessun altro. Ma, a causa di un lavoro fatto di tecnicismi, piccoli segreti del mestiere, la natura familiare dell’impresa, tutti requisiti nobili, egli dimostra anche forte ritrosia nell’assumere un Tecnico Ortopedico, nel timore che un domani, acquisiti i segreti dell’arte, possa aprire una propria officina e diventare un nuovo concorrente. Oltre a ciò l’imprenditore denuncia spesso le lacune dei neo laureati che, da un punto di vista pratico, sanno fare ben poco, e che dunque, all’interno di una piccola struttura, costituiscono un freno insostenibile.
Anche il neo laureato spesso ha un approccio limitante al mondo del lavoro: dà una scarsa disponibilità allo spostamento dal luogo di residenza, consapevole che la sua laurea è merce rara; preferisce le mansioni di natura commerciale relative al mondo degli ausili piuttosto che “sporcarsi le mani” in mansioni manifatturiere e di officina; non affronta con lo spirito giusto le opportunità formative che alcune aziende offrono. Inoltre, ho trovato dei numeri interessanti: nella più grande banca dati di curricula esistente in Italia e contenente 1,3 milioni di nominativi selezionati ed inseriti a seguito di colloquio, risultano iscritti, dal 2000 al 2008, solo 19 Tecnici Ortopedici che, presumo, avranno nel frattempo trovato lavoro. Non mi sembrano questi i numeri di una laurea per futuri disoccupati.
Altro limite del settore è quello della scarsa informazione fatta all’esterno. Tutti sanno cosa fa un podologo, pochi sanno cosa fa un tecnico ortopedico. E questa mancanza di conoscenza vale, ahimè, sia per il cittadino medio che per il medico prescrittore, che per il dirigente della ASL. Il tecnicismo del settore, che nel recente passato ne ha decretato il successo portando la tecnica italiana ai vertici mondiali, ha, al contempo, limitato la sua conoscenza all’esterno alimentando una pericolosa involuzione.
Gli Atenei, infatti, rispecchiano fedelmente la realtà del settore. Nel corso degli anni accademici 2004/2005 e 2005/2006 hanno soddisfatto pienamente le richieste, ospitando un numero corretto di posti nei propri corsi. Nell’anno successivo addirittura sono stati offerti più posti di quelli richiesti, e dunque nell’anno successivo (2007/2008) il Ministero dell’Università ha previsto solo 123 posti, con un calo del 18% rispetto all’anno precedente. Dunque, sfatiamo il mito per cui è l’Università che sforna un numero insufficiente di Tecnici Ortopedici.
Gli Atenei seguono con precisione l’andamento di domanda e offerta. Quello che manca è l’appeal della professione che, essendo infarcita di tecnicismi e di una normativa complessa, richiederebbe invece che le imprese e le Associazioni organizzassero molti più eventi nel corso dei quali raccontare chi è il tecnico ortopedico e cosa fa, aprendo le porte a una conoscenza più diffusa.
Conclusioni. E’ necessario che tutti gli attori facciano la propria parte. L’impresa deve rassegnarsi al fatto che l’unico modo per uscire dallo stallo formativo è quello di aprire le porte dell’azienda, affrontando il rischio di perdita di know how che tutte le piccole aziende corrono. Un neo laureato non è un solo un costo e un rischio, ma un investimento, e assumerlo e formarlo è l’unica strada da seguire. Il neo laureato dal canto suo deve ricordarsi di essere tale, mantenendo sempre vivo l’interesse per la professione e quella giusta umiltà, anche retributiva, di chi sta apprendendo.
La Parte Pubblica deve riuscire a varare una riforma seria del settore, in modo da esaltare la nobiltà della professione e delle aziende, a discapito di chi opera senza averne i requisiti (accreditamento di chi fornisce e riforma seria dell’ECM).
Dott. Michele Clementi
ASSORTOPEDIA









